Al tempo di Shakespeare: visioni sonore, percezioni letterarie

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Quando pensiamo a  Shakespeare tendiamo a immaginarlo come una stella brillante e solitaria immersa in una specie di bolla d’aria della letteratura– ma niente potrebbe essere più falso. Di fatto la Londra elisabettiana pullulava di playwrights, tutti intenti – da soli o in collaborazione – a scrivere, riscrivere, scopiazzare, tagliuzzare, combinare quantità industriali di tragedie, drammi e commedie per saziare l’impetuosa richiesta da parte di folle affamate di teatro. Londinesi, provinciali scesi in città e visitatori stranieri, popolani, mercanti e aristocratici si affollavano nei teatri e nei cortili di locande cinque pomeriggi la settimana a meno che non piovesse troppo forte, si fosse di Quaresima o nel corso di una recrudescenza di peste, aspettandosi di ridere, piangere ed entusiasmarsi, e ovviamente pretendendo lavori sempre nuovi. In realtà i suddetti divieti non erano applicati in modo peculiare e la concomitanza  fra fama e denaro funzionava come richiamo per molti eruditi squattrinati usciti dalle Università.  Giovanotti di molte lauree e belle speranze, che confluirono a Londra negli Anni Ottanta del Cinquecento e scrissero per le compagnie teatrali più importanti. Per un poeta, una carriera nel teatro appariva più stabile e più redditizia della maggior parte delle altre maniere di guadagnarsi da vivere scrivendo, per quanto la fama teatrale fosse peregrina e relativa, e la gloria destinata in gran parte agli attori e la possibilità di mettersi nei guai con le autorità piuttosto concreta. Ma è Shakespeare che attira su di sé tutta la gloria di oggi, e se nessuno può ignorare che Shakespeare fu un gigante della letteratura teatrale, non tutti conoscono l’altra sua straordinaria caratteristica: quella di poeta, autore di sonetti splendidi. I sonetti,  come riconobbe  William Wordsworth (con Samuel Taylor Coleridge fondatore del Romanticismo) , sono l’unica chiave attraverso la quale Shakespeare ci ha “dischiuso il suo cuore”. 

I 154 sonetti furono composti in inglese, lingua che Shakespeare padroneggiava in maniera perfetta; perciò possono vivere solo in inglese. Tradurli è stata da sempre una sfida oltre che immane, anche perdente. (Le traduzioni seguenti sono state operate da Maria Antonietta Marelli nell’edizione Garzanti 1986).

I sonetti si interrogano sulle contraddizioni del mondo, sulla natura, sulle pene dell’amore e sulla fugacità del tempo. Tempo che passa, e inesorabile, annienta la bellezza, la deturpa, la sottomette e la umilia.

(Potete leggerli, se volete, accompagnati dalle musiche di compositori del suo tempo).

Sonnet II

«When forty winters shall besiege thy brow,

And dig deep trenches in thy beauty’s field,

Thy youth’s proud livery, so gaz’d on now,

Will be a tatter’d weed, of small worth held;

Then being ask’d where all thy beauty lies,

Where all the treasure of thy lusty days,

To say, within thine own deep-sunken eyes,

Were an all-eating shame and thriftless praise.

How much more praise deserv’d thy beauty’s use,

If thou couldst answer ‘This fair child of mine

Shall sum my count, and make my old excuse,’

Proving his beauty by succession thine!

This were to be new made when thou art old,

And see thy blood warm when thou feel’st it cold.»

In questo sonetto il tempo è il grande nemico, che cinge d’assedio la fronte del giovane, scavando trincee – rughe – sul suo volto e distruggendo il suo bell’aspetto. La bellezza è immaginata come una ricchezza che declina,  a meno che, attraverso l’amore, la sua crescita naturale – sposarsi e avere figli – non sia resa possibile. Qui il narcisismo del giovane è sia fisico che emotivo. Il poeta predice che quando il giovane compirà i quarant’anni, avrà “occhi incavati” e la vergogna che proverà per non avere figli sarà un’emozione che ricorda le frasi “bruci te stesso” diverrai talmente ingordo” del Sonetto 1.

“Quando quaranta inverni avranno aggredito la tua fronte
e scavato fonde trincee nel campo della tua bellezza,
la superba veste della tua gioventù or tanto ammirata,
sarà considerata un cencio di nessun valore:
se allora ti venisse chiesto dove giace il tuo fascino
e dove si è perso l’amore dei tuoi ruggenti giorni,
ammettere che è in fondo ai tuoi occhi incavati
sarebbe penosa vergogna ed inutile vanto.
Qual maggior lode avrebbe l’uso della tua bellezza
se tu potessi rispondere: “Questa mia bella creatura
pareggia il mio conto e giustifica la mia vecchiaia”
dimostrando che è tua la sua bellezza ereditata!
Questo sarebbe rinnovarti quando sarai vecchio
e veder caldo il tuo sangue quando il tuo sarà freddo.”

 

 

Sonnet XII

“When I do count the clock that tells the time,
And see the brave day sunk in hideous night;
When I behold the violet past prime,
And sable curls all silver’d o’er with white;
When lofty trees I see barren of leaves
Which erst from heat did canopy the herd,
And summer’s green all girded up in sheaves
Borne on the bier with white and bristly beard,
Then of thy beauty do I question make,
That thou among the wastes of time must go,
Since sweets and beauties do themselves forsake
And die as fast as they see others grow;
And nothing ‘gainst Time’s scythe can make defence
Save breed, to brave him when he takes thee hence.”

 Il Sonetto 12 dichiara esplicitamente come il misurare il tempo che passa, il trasformasi della natura e il transito della giovinezza attraverso la vita conducano al decadimento. All’inizio si concentra sul giorno che diventa notte (il tempo che passa); successivamente si ricollega alla natura all’umanità, dove il poeta evoca innanzitutto lo stadio di appassimento di un fiore (il trasformarsi della natura). Quindi il poeta contrappone  l’immagine  dei capelli neri che invecchiano naturalmente e diventano grigi (il transito della giovinezza) – un’allusione forse intesa a spaventare il giovane sul diventare vecchio senza aver creato un bambino.

Quando seguo l’ora che batte il passar del tempo
e vedo il luminoso giorno spento nella tetra notte,
quando scorgo la viola ormai priva di vita
e riccioli neri striati di bianco,
quando vedo privi di foglie gli alberi maestosi
che un dì protessero il gregge dal caldo
e l’erbe d’estate imprigionate in covoni
portate su carri irte di bianchi ed ispidi rovi,
allor, pensando alla tua bellezza, dubbio m’assale
che anche tu te ne andrai tra i resti del tempo,
perché grazie e bellezze si staccan dalla vita
e muoiono al rifiorir di altre primavere:
e nulla potrà salvarsi dalla lama del Tempo
se non un figlio che lo sfidi quand’ei ti falcerà.

Sonnet XV

“When I consider every thing that grows
Holds in perfection but a little moment,
That this huge stage presenteth nought but shows
Whereon the stars in secret influence comment;
When I perceive that men as plants increase,
Cheered and cheque’d even by the self-same sky,
Vaunt in their youthful sap, at height decrease,
And wear their brave state out of memory;
Then the conceit of this inconstant stay
Sets you most rich in youth before my sight,
Where wasteful Time debateth with Decay,
To change your day of youth to sullied night;
And all in war with Time for love of you,
As he takes from you, I engraft you new.”

In questo sonetto il poeta osserva come gli oggetti mutano – decadono – nel tempo: “… ogni cosa che nasce / resta perfetta solo per brevi istanti”. In altre parole, la vita è transitoria e in continua evoluzione. Anche la bellezza del giovane svanirà nel tempo, ma poiché il poeta sa che questa metamorfosi è inevitabile, guadagna un apprezzamento ancora più forte del bell’aspetto del giovane nel tempo presente – almeno nel tempo presente all’interno del sonetto. Ironia della sorte, quindi, la bellezza del giovane è sia transitoria che permanente – transitoria perché tutte le cose in natura mutano e decadono nel tempo, e permanente perché l’inevitabile processo di invecchiamento, di cui il poeta è pienamente consapevole come inevitabile, intensifica la bellezza attuale del giovane: In generale, più un oggetto dura momentaneamente, più vibrante e intensa è la sua breve durata.

Quando penso che ogni cosa che nasce
resta perfetta solo per brevi istanti,
che questa immensa scena ci offre sol fantasmi
su cui le stelle tramano con arcano influsso;
quando vedo gli uomini, al pari delle piante,
illuminati e minacciati dallo stesso cielo
vantarsi in gioventù, all’apice decrescere,
e cancellarsi da memoria l’orgogliosa primavera:
allora il pensiero di questa precaria vita
ti presenta agli occhi miei, ricco di giovinezza,
mentre il Tempo distruttore cospira con la Morte
per cambiare il tuo fresco giorno in fetida notte:
ed in piena guerra col Tempo, per amor tuo,
come esso ti strappa, io ti ripianto ancora.

 

The Passionate Shepherd To His Love

Come live with me and be my love,
And we will all the pleasures prove
That valleys, groves, hills, and fields,
Woods, or steepy mountain yields.

And we will sit upon rocks,
Seeing the shepherds feed their flocks,
By shallow rivers to whose falls
Melodious birds sing madrigals.

And I will make thee beds of roses
And a thousand fragrant poises,
A cap of flowers, and a kirtle
Embroidered all with leaves of myrtle;

A gown made of the finest wool
Which from our pretty lambs we pull;
Fair lined slippers for the cold,
With buckles of the purest gold;

A belt of straw and ivy buds,
With coral clasps and amber studs;
And if these pleasures may thee move,
Come live with me, and be my love.

The shepherds’s swains shall dance and sing
For thy delight each May morning:
If these delights thy mind may move,
Then live with me and be my love.

Christopher Marlowe

La poesia fu pubblicata nel 1599, sei anni dopo la morte del poeta. Oltre ad essere una delle poesie d’amore più conosciute in lingua inglese, è considerata uno dei primi esempi di pastorale, stile  Britannico della poesia alla fine  del periodo Rinascimento.

IL PASTORE APPASSIONATO DEL SUO AMORE

“Vieni a vivere con me e sii il mio amore,
e proveremo tutti i piaceri
che producono le valli, i boschetti, le colline ed campi,
il bosco o la montagna ripida.

E ci sederemo sulle rocce,
vedremo i pastori dar da mangiare alle loro mandrie
attraverso fiumi poco profondi, nelle cui cascate
uccelli melodiosi cantano madrigali.

E ti farò un letto di rose,
e un migliaio di rametti fragranti,
e un cappello di fiori e una tunica,
tutti bordati con foglie di mirto.
Un vestito fatto della lana più fine
che prenderemo dai nostri meravigliosi agnelli,
Bellissime scarpine foderate per il freddo,
con fibbie di oro purissimo.

Un cinturone di paglia e germogli d’edera,
con spille di corallo e bottoni d’ambra,
e se questi piaceri ti possono commuovere,
vieni a vivere con me e sii il mio amore.

Il giovane pastore ballerà e canterà
per il tuo diletto ogni mattina di maggio.
Se queste delizie per la tua mente possono commuoverti
allora vivi con me e sii il mio amore.”

Elena Ronza
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Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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