Perchè Chamber Music?

Chamber Music è una raccolta di poesie di James Joyce. Parole e musica si intersecano nei versi del poeta. Fin dall’inizio del poema si intravede quanto per l’autore sia fondamentale l’assonanza e la sonorità della parola e quanto la musica sia legata alla poesia. Il verso e la pausa, il canto e il controcanto.
“Strings in the earth and air
make music sweet;
String by the river where
The willows meet.
There’s music along the river
for Love wanders there,
pale flowers on his mantle,
dark leaves on his hair.
All softly playing,
with head to the music bent,
and fingers straying
upon an instrument.”
J. Joyce (Chamber Music)
Il brano musicale successivo intitolato Meditation è un intermezzo strumentale per violino tratto dall’opera Thaïs di Jules Massenet che è la trasposizione operistica di un romanzo di Anatole France. La narrazione si fonda sulla conversione di Thaïs, una bellissima cortigiana devota ad Afrodite, che fa innamorare di sé ogni uomo, trascinando alla perdizione l’intera corte di Alessandria. Il monaco cenobita Athanaël dopo un sogno premonitore si sente investito del compito di mondare dal peccato la cortigiana Thaïs. Lei in un primo momento lo schernisce e disdegna le sue filippiche contro la sua vita lussuriosa, successivamente però si lascia ammaliare dalle parole del monaco, che fanno leva sulla sua inquietudine interiore per la vita condotta e si converte, decidendo di seguirlo nella vita ascetica. Mentre Thaïs ha trovato la tanto bramata pace e intona un canto meditativo che tocca i vertici del sublime. Ora è Athanaël che, ritornato nel suo monastero è afflitto sia dalla superbia con cui ha convertito la famosa cortigiana, sia dal ricordo dell’incontro con la bella Thaïs di cui si scopre innamorato, al punto da scegliere di lasciare tutto pur di poterla abbracciare. In seguito ad un altro sogno premonitore in cui Thaïs le appare morente ritorna al monastero dove lei, effettivamente, è in agonia a causa delle prolungate penitenze. Athanaël le confessa il suo amore che Thaïs però non può più sentire, e muore tra le sue braccia durante una celeste visione.
Jules Massenet / Thais / Meditation
E’ impossibile accorciare il testo sottostante senza perderne il garbo e l’umorismo, il leggiadro procedere attraverso i versi del discorso fluido e reale. In questo breve poema è racchiusa la capacità impressionistica di Gozzano, poeta quasi sconosciuto ai molti ma molto amato da chi ama la letteratura del primo ‘900.
La visione della società borghese inserita in una riuscita ambientazione naturalistica ci mostra l’ironia e la capacità di sintetizzare in versi melodiosi l’attento esame di un osservatore scrupoloso qual era Guido Gozzano. Il testo ci sorprende ad ogni capoverso per l’abilità e l’intelligenza con cui rappresenta i colori e gli umori e la vitalità della giovane ciclista che “osa” andare in bicicletta “senza cavalieri” su un mezzo, considerato moderno all’inizio del secolo scorso, secolo del cambiamento e di un mondo in continua evoluzione
Guido Gozzano
Le due strade
Tra le bande verdi gialle d’innumeri ginestre
la bella strada alpestre scendeva nella valle.
Andavo con l’Amica, recando nell’ascesa
la triste che già pesa nostra catena antica;
quando nel lento oblio, rapidamente in vista
apparve una ciclista a sommo del pendio.
Ci venne incontro; scese. «Signora! Sono Grazia!»
sorrise nella grazia dell’abito scozzese.
«Graziella, la bambina?» – «Mi riconosce ancora?»
«Ma certo!» E la Signora baciò la Signorina.
La piccola Graziella! Diciott’anni? Di già?
La Mamma come sta? E ti sei fatta bella!
«La piccola Graziella, così cattiva e ingorda!…»
«Signora, si ricorda quelli anni?» – «E così bella
vai senza cavalieri in bicicletta?» – «Vede…»
«Ci segui un tratto a piede?» – «Signora, volentieri…»
«Ah! ti presento, aspetta, l’Avvocato, un amico
caro di mio marito… Dagli la bicicletta.»
Sorrise e non rispose. Condussi nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
E la Signora scaltra e la bambina ardita
si mossero: la vita una allacciò dell’altra.
Adolescente l’una nelle gonnelle corte,
eppur già donna: forte bella vivace bruna
e balda nel solino dritto, nella cravatta,
la gran chioma disfatta nel tocco da fantino.
Ed io godevo senza parlare, con l’aroma
degli abeti, l’aroma di quell’adolescenza.
– O via della salute, o vergine apparita,
o via tutta fiorita di gioie non mietute,
forse la buona via saresti al mio passaggio,
un dolce beveraggio alla malinconia.
O bimba, nelle palme tu chiudi la mia sorte;
discendere alla Morte come per rive calme,
discendere al Niente pel mio sentiere umano,
ma avere te per mano, o dolce sorridente! –
Così dicevo senza parola. E l’Altra intanto
vedevo: triste accanto a quell’adolescenza!
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la piccola Graziella.
Belli i belli occhi strani della bellezza ancora
d’un fiore che disfiora e non avrà domani.
Al freddo che s’annunzia piegan le rose intatte,
ma la donna combatte nell’ultima rinunzia.
O pallide leggiadre mani per voi trascorsero
gli anni! Gli anni, forse, gli anni di mia Madre!
Sotto l’aperto cielo, presso l’adolescente
come terribilmente m’apparve lo sfacelo!
Nulla fu più sinistro che la bocca vermiglia
troppo, le tinte ciglia e l’opera del bistro
intorno all’occhio stanco, la piega di quei labri,
l’inganno dei cinabri sul volto troppo bianco,
gli accesi dal veleno biondissimi capelli:
in altro tempo belli d’un bel biondo sereno.
Da troppo tempo bella, non più bella tra poco,
colei che vide al gioco la piccola Graziella.
– O mio cuore che valse la luce mattutina
raggiante sulla china tutte le strade false?
Cuore che non fioristi, è vano che t’affretti
verso miraggi schietti, in orti meno tristi.
Tu senti che non giova all’uomo soffermarsi,
gittare i sogni sparsi per una vita nuova.
Discenderai al niente pel tuo sentiere umano
e non avrai per mano la dolce sorridente,
ma l’altro beveraggio avrai fino alla morte:
il tempo è già più forte di tutto il tuo coraggio. –
Queste pensavo cose, guidando nell’ascesa
la bicicletta accesa d’un gran mazzo di rose.
Erano folti intorno gli abeti nell’assalto
dei greppi fino all’alto nevaio disadorno.
I greggi, sparsi a picco, in gran tinniti e mugli
brucavano ai cespugli di menta il latte ricco;
e prossimi e lontani univan sonnolenti
al ritmo dei torrenti un ritmo di campani.
– Lungi i pensieri foschi! Se non verrà l’amore –
che importa? Giunge al cuore il buono odor dei boschi:
di quali aromi opimo odore non si sa:
di resina? di timo? e di serenità?… –
Sostammo accanto a un prato e la Signora china
baciò la Signorina, ridendo nel commiato:
«Bada che aspetterò, che aspetteremo te;
si prende un po’ di the, si maledice un po’…»
«Verrò, Signora, grazie!» Dalle mie mani in fretta
prese la bicicletta. E non mi disse grazie.
Non mi parlò. D’un balzo salì, prese l’avvio;
la macchina il fruscìo ebbe d’un piede scalzo,
d’un batter d’ali ignote, come seguita a lato
da un non so che d’alato volgente con le ruote.
Restammo alle sue spalle. La strada, come un nastro
sottile d’alabastro, scendeva nella valle.
Volò, come sospesa la bicicletta snella:
«O piccola Graziella, attenta alla discesa!».
«Signora! arrivederla!» Gridò di lungi, ai venti:
di lungi ebbero i denti un balenio di perla.
Graziella è lungi. Vola vola la bicicletta:
«Amica! E non m’ha detta una parola sola!».
«Te ne duole?» – «Chi sa!» – «Fu taciturna, amore,
per te, come il Dolore…» – «O la Felicità!»
E seguitai l’amica, recando nell’ascesa
la triste che già pesa nostra catena antica.
Tchaikovsky – Waltz of the Flowers
In questa poesia la presenza della morte si rivela nella figura della fidanzata scomparsa precocemente, Olga Franzoni. L’alba invernale plumbea è appannata e si intravede dietro i vetri di un bar nel quale il poeta attende un amore che non giunge e che porta con sé solo il rumore sferragliante di un tram che passa. Non c’è paura della morte che giunge, né retorica nel dolore annunciato. La calma silenziosa e forse rassegnata ci consegna un Giorgio Caproni quieto e che sa accettare con delicata attenzione il momento solenne del trapasso.
Alba
Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte? … Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte,
qui, col tuo passo, già attendo la morte.
Giorgio Caproni da Il Passaggio d’Enea
Senza il sole sale della terra secondo Caproni ogni cosa è assopita e quasi insapore come l’acqua. Senza il sole le cose del mondo galleggiano tremolanti come occhi umidi di sonno ancora addormentati.
Alba
Una cosa scipita,
col suo sapore di prati
bagnati, questa mattina
nella mia bocca ancora
assopita.
Negli occhi nascono come
nell’acque degli acquitrini
le case, il ponte, gli ulivi:
senza calore.
È assente il sale
del mondo: il sole.
G. Caproni nIn Come un’allegoria (1932-1935)
