Quando il tempo “vola” tra poesia e musica

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Quando il fluire del tempo inaspettatamente sembra interrompersi? Quando l’inerzia ci coglie, cosa ci accade? Il tempo è la percezione e la rappresentazione della modalità di successione degli eventi e del rapporto fra essi, è una grandezza quantificabile dal momento che possiamo avvertire un inizio, un durante, e una fine. Non c’è tempo senza la sensazione di un punto da cui partire e verso il quale spingersi. Non c’è tempo senza certezza di un inizio e  di una fine, dove eventi e situazioni volontari, accidentali, occasionali o  prestabiliti, ne scandiscono il percorso nel suo divenire.

Le limitazioni e l’inattività richieste dal controllo della pandemia da Covid-19 hanno fortemente modificato la percezione del nostro tempo e del nostro spazio. 

La rigida e forzata interruzione di ritmi convulsi ci ha costretti a un’inversione di marcia al ritorno alla “lentezza”, esercizio smarrito dall’umanità intera e inconciliabile con la rappresentazione di efficienza che la rivoluzione tecnologica ha prodotto.

La pandemia e il nostro adattarci a un nuovo modo di vivere ci ha messo di fronte ad un tempo sospeso, a volte indecifrabile. Si è creata una dicotomia fra il desiderio di ritornare ad uno stile di vita precedente e la realistica previsione che nulla sarà come prima. In questo periodo di  pandemia si è prodotto un forte dualismo, quasi una contraddizione fra la contrazione e la dilatazione del tempo. Un tempo bloccato, posticipato e un presente disorientato. 

L’uomo ha bisogno di certezze, di punti di riferimento, di convinzioni a cui aggrapparsi durante la sua vita imponderabile. Tuttavia, anche prospettive che pensavamo inconfutabili sembrano sottrarsi ancora una volta alla nostra ansia di controllo: una di queste è il tempo. Lo abbiamo sempre dato per sottinteso e ovvio, fin da piccoli sappiamo di quanti minuti è costituita un’ora, quanti giorni ci sono in un anno: ma in realtà questo non è sempre valido. La complessità del concetto è da sempre oggetto di studi e riflessioni filosofiche e scientifiche. Nell’approccio filosofico al concetto di tempo sono molte le domande poste e molte le scuole di pensiero diverse che hanno teorizzato risposte anche contrapposte tra loro.

Per Sant’Agostino (354-430) il tempo nasce al momento della creazione dell’Universo da parte di Dio, non esiste quindi un “prima” della Creazione, così come non esisterà un “dopo”, in caso contrario verrebbe contraddetto il dogma dell’immutabilità di Dio. Nelle “Confessiones” afferma che il tempo esiste solo come dimensione dell’anima umana. Poiché, però, la percezione temporale avviene tutta nel presente, le tre dimensioni temporali sono più correttamente definite come: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Se è la nostra mente a misurare il tempo,  quindi il tempo non è oggettivo ma esclusivamente soggettivo. Per questo motivo è difficile definirlo. Infatti quando Sant’Agostino chiede a se stesso che cosa sia il tempo, arriva ad affermare: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so”.

C’è un tempo oggettivo che esiste al di fuori di noi, che è tecnico e misurabile. Ma c’è anche un tempo soggettivo, che cambia con la percezione che ne abbiamo di volta in volta. Quando dobbiamo superare un test per un esame scolastico il tempo ci passa sempre troppo in fretta. Quando aspettiamo una persona ritardataria o non riusciamo a prendere sonno, il tempo non passa mai. Altresì il tempo è relativo. Secondo la teoria della relatività ristretta, formulata da Albert Einstein, il tempo si dilata con l’avvicinarsi alla velocità della luce, come ci dimostra il Paradosso dei Gemelli. “Sulla terra vi sono due gemelli, uno parte per un viaggio interstellare di andata e ritorno per una stella lontana, mentre l’altro rimane ad aspettarlo sulla Terra. Assumendo che il viaggio interstellare possa essere compiuto a velocità prossime a quelle della luce, la teoria prevede che, al ritorno sulla terra, il gemello “viaggiatore” sia invecchiato molto meno di quello “terrestre”Dunque perché alla fine del viaggio c’è una differenza tra i tempi misurati dai due gemelli? Risposta: I due sistemi di riferimento, la terra e l’astronave, NON sono equivalenti. Questo significa che non esiste un tempo assoluto, ma soltanto un tempo relativo rispetto a un osservatore, un tempo proprio per ogni sistema di riferimento, che nel nostro caso è la Terra.

Il concetto di tempo muta con la storia. Nel passato  spazio e tempo erano più limitati, oggi tutto è diverso ma anche la gestione del tempo stesso è cambiata. Nel secolo passato per andare da Torino a Roma ci voleva una giornata intera, ma si restava lì qualche giorno. Oggi ci si arriva in 3 ore circa, ma andiamo e torniamo nella stessa giornata. Eppure anche se facciamo prima e più in fretta ci sembra sempre di non aver abbastanza tempo. La nostra società va sempre più veloce e tutto si risolve in minor tempo. Sicuramente questo è un atteggiamento “sballato” tipico della nostra cultura. Dall’altro c’è da chiedersi se ha senso voler andare sempre più veloci. E in una società sempre più frettolosa G. Anders,  ne “L’uomo è antiquato, vol. II: Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale” afferma: “L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via tratta anche se stessa come un’umanità da buttar via.”

Se la velocità è direttamente proporzionale allo spazio (più veloce è, più spazio percorre), l’ampiezza è in relazione inversa con lo spazio: più ampio è lo spazio in cui vivo e che prendo in considerazione, più ho l’impressione che il tempo si contragga e mi manchi. Ed ecco che affermiamo sempre più spesso: “Non ho tempo”. Ma se lo spazio improvvisamente si restringe fino a essere delimitato dalle mura del mio appartamento e il tempo a disposizione si dilata, allora come ci comportiamo. Siamo forse colti dall’accidia?

Ci avverte Kierkegaard: ” l’Accidia, sorella del Vuoto, circola, insidiosa, in cielo, in terra e in ogni luogo.” E scrive in Aut Aut del 1843: “Siccome gli dèi erano accidiosi e si annoiavano crearono gli uomini. Anche Adamo era accidioso e si annoiava, perciò fu creata Eva. Da tale istante la noia entrò nel mondo e crebbe di dimensioni esattamente nella misura in cui crebbe la popolazione. Adamo si annoiava da solo, poi Adamo ed Eva si annoiavano insieme, poi Adamo, Eva, Caino e Abele si annoiavano in famiglia, poi la popolazione del mondo aumentò, e le genti si annoiavano in massa. Per distrarsi ebbero l’idea di costruire una torre che fosse così alta da toccare il cielo. Questa idea era noiosa tanto quanto l’altezza della torre, e costituì una terribile prova di come la noia avesse preso il sopravvento”.

E ancora Flaubert descrive così la sua  noia: ”Mi sento vecchio, usato, nauseato di tutto. Gli altri mi annoiano come me stesso. Ciò nonostante lavoro, ma senza entusiasmo e come si fa un compito. Non attendo altro dalla vita che una sequenza di fogli di carta da scarabocchiare in nero. Mi sembra di attraversare una solitudine senza fine, per andare non so dove. E sono io stesso a essere di volta in volta il deserto, il viaggiatore e il cammello”.

Eppure non so cosa sia capitato a voi ma io ho avuto per la prima volta una nuova opportunità, non di vivere la noia come accidia ma come un’occasione positiva per riflettere, pensare e leggere, leggere, come non mi ero concessa da tantissimo tempo. Ho ripreso in mano un vecchio testo di poesie di T.S.Eliot. “Quattro Quartetti”. Sì, perché per leggere le poesie è necessario avere tempo.

E proprio del tempo ci parla l’autore:

“Time present and time past

Are both perhaps present in time future, 

And time future contained in time past. 

If all time is eternally present 

All time is unredeemable.

What might have been is an abstraction 

Remaining a perpetual possibility 

Only in a world of speculation.

What might have been and what has been 

Point to one end, which is always present.

E poi ci parla di un altro tempo, quello della musica:

Words move, music moves

Only in time; but that which is only living 

Can only die. 

Words, after speech, reach 

Into the silence. 

Only by the form, the pattern, 

Can words or music reach 

The stillness, as a Chinese jar still 

Moves perpetually in its stillness. 

Not the stillness of the violin, while the note lasts, 

Not that only, but the co -existence, 

Or say that the end precedes the beginning, 

And the end and the beginning were always there 

Before the beginning and after the end. 

And all is always now. 

Words strain, 

Crack and sometimes break, under the burden, 

Under the tension, slip, slide, perish, 

Decay with imprecision, will not stay in place, 

Will not stay still. 

Shrieking voices 

Scolding, mocking, or merely chattering, 

Always assail them. 

E di quanto sia infinito il tempo della sofferenza:

The tolling bell 

Measures time not our time, rung by the unhurried 

Ground swell, a time 

Older than the time of chronometers, older 

Than time counted by anxious worried women 

Lying awake, calculating the future, 

Trying to unweave, unwind, unravel 

And piece together the past and the future, 

Between midnight and dawn, when the past is all deception, 

The future futureless, before the morning watch 

When time stops and time is never ending; 

And the ground swell, that is and was from the beginning, 

Clangs 

The bell.”

Nello stesso periodo in cui la definizione di tempo, come quarta dimensione della realtà, viene postulata in Fisica dalla Teoria della Relatività di Albert Einstein, nasce e si sviluppa il movimento artistico denominato Cubismo. Anche se non vi e’ alcun nesso tra i due fenomeni, ma solo significative coincidenze, appare singolare come, sia in campo artistico che in campo scientifico, si avverta la stessa necessità di andare oltre la conoscenza empirica della realtà e di giungere a nuovi modelli per una sua descrizione e rappresentazione.

Case sulla collina – Pablo Picasso ❤️ - Picasso Pablo
                                               Pablo Picasso Case in collina a Horta de Ebro 1909,
                                                       The Museum of Modern Art, New York
Duchamp - nudo scende dalle scale, nudità nell'arte

Nell’opera di Duchump “Nudo che scende le scale” si riscontra invece una diversa concezione di tempo. L’artista si distacca dal movimento cubista e si avvicina più al movimento futurista italiano. Nel quadro è risolta la più grande debolezza del Cubismo, ovvero l’estrema staticità; l’artista non è interessato alla rappresentazione di più punti di vista nello stesso momento, ma alla descrizione dello stesso soggetto scomposto in più punti di vista e ripetuto in momenti successivi. Il corpo che scende le scale è rappresentato in tutti gli istanti contemporaneamente.

La pittura non dovrebbe essere soltanto retinica o visiva; dovrebbe avere a che fare con la materia grigia del nostro intelletto, invece di essere puramente visiva” (Marcel Duchamp).

Elena Ronza
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1 Comment
  • Claudio
    Maggio 27, 2021

    Molto interessante!
    E molto profondo…
    Alla fine, secondo me, il tempo potrebbe anche non esistere , essere solo una necessità che ha l’uomo per dare una dimensione alla propria esistenza.

Da un po’ di tempo, inoltre, percepiva un vuoto nella parte più intima di se stesso, il nulla, la sensazione di essere risucchiato da un buco nero. Nel corso degli anni aveva sempre inseguito assecondandole tutte le sue attitudini naturali, ma in quel periodo, il vuoto non spariva neanche quando recitava o quando si appassionava a un nuovo copione o a una nuova idea. Restava lì e lui si sentiva invadere il corpo, la mente e l’anima dal desiderio quasi struggente di fuggire.

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